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CAMERA DEL LAVORO AUTORGANIZZATA ROMA SUD EST

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Seminario autogestito di approfondimento 20 maggio 2017 presso CAMERA DEL LAVORO AUTORGANIZZATA ROMA SUD EST - VIA OSTUNI 9

Relazione/intervento a cura di Roberto Martelli (operatore di Camere del Lavoro Autorganizzate - Usi)

 

logoo“L’evoluzione degli sportelli informativi e di lotta sul lavoro e i diritti, nel diritto del lavoro e diritto sindacale. Le buone pratiche autorganizzate, le tutele individuali e l’autodifesa collettiva. Come si interviene nei territori, tra diritti affievoliti, mutate condizioni e regimi contrattuali differenziati, cambiamenti normativi, consigli utili per lo sviluppo e il consolidamento di massa dell’autorganizzazione sociale e sindacale”.

Paragrafo 1 Importanza dell’intervento territoriale e il coordinamento con la continuazione della pratica di tutela nei posti di lavoro. Differenza tra sindacalismo concertativo e sindacalismo conflittuale, l’avvento dell’autorganizzazione.

Diventa di fondamentale rilevanza, mantenere il doppio livello di intervento sindacale, nei luoghi di lavoro dove si è presenti e nelle zone dove sono situati i posti di lavoro, con presenza organizzata sindacalmente. Questo anche in funzione di considerare i luoghi di lavoro, come parte di una zona e non come luoghi della produzione, dello scambio, dei servizi, svincolati dai territori dove sono insediati, come il "sindacalismo" classico ha spesso, indirettamente, portato a considerare. Luoghi di lavoro e territori sono invece, per noi, un intreccio fondamentale per poter sviluppare, in modo efficace, l'azione di tutela a tutto campo.

Questo porta a rendere a oltre un secolo di distanza, attuale la differenza tra il sindacalismo di stampo "concertativo" (della serie "trattare sempre, lottare quasi mai..."), subalterno alle decisioni e scelte delle forze politiche e dei partiti, che ebbe la sua espressione territoriale nelle "camere del lavoro sindacaliste riformiste", con l'altra tendenza, più vicina all'odierna autorganizzazione sindacale e sociale, rappresentata dalle "camere del lavoro sindacaliste rivoluzionarie", luoghi dove l'incontro, la socializzazione e la comunanza di esperienze concrete, di lotte, di "saperi operai" condivisi e fatti propri dalle varie categorie, settori, di lavoratori e lavoratrici, si collega al fattore dinamico e motore di ogni forma di trasformazione sociale, il conflitto. Due modelli da sempre a confronto e in opposizione, che ancora oggi, con la costante e progressiva modificazione in peggio delle condizioni materiali di lavoro, di salario, di tipi e regimi contrattuali sempre più differenziati, di diritti e garanzie per una fascia sempre più ridotta di dipendenti o di forza lavoro sfruttata, anche nelle generali condizioni di vita e di precarietà, acquista una sua importanza e validità.

E' la lezione dei nostri nonni e genitori, dei nostri predecessori, che ci porta a definire la pratica e l'azione, potenzialmente diffusa e di massa, dell'autorganizzazione nei luoghi di lavoro e nei territori dove si lavora o si abita, anche in presenza di forme di lavoro, sempre più frammentato, diviso, frantumato e parcellizzato. lavoro che non ha più, come condizione fondamentale,  una sola sede fisica di prestazione  lavorativa in cambio di un salario, o di un solo datore di lavoro (committente) nello stesso territorio o zona dove si svolge la prestazione lavorativa, o con una serie di tipologie contrattuali differenziati negli orari, nei ritmi, nelle modalità concrete della sua effettiva prestazione con mansioni, funzioni e attività e conseguenti diversi e differenziati diritti e tutele.  Garantire e mantenere un legame tra luogo (o luoghi) di lavoro e territorio o zone dove l'attività materiale si svolge, per cercare di tenere collegati e non frammentati/divisi, una serie di diritti e garanzie comuni e diritti "tipici" di chi lavora, è la nuova frontiera e "trincea" dentro la quale ci troveremo a muoverci, dalla tendenza del "sindacalismo rivoluzionario" a quella che oggi è la pratica dell'autorganizzazione sociale e sindacale, pratica e percorso ancora da sviluppare in modo completo.

         

Paragrafo 2 La prima trasformazione: dalla tutela sindacale classica delle strutture – apparato nei posti di lavoro, all’impatto con le prime forme diverse dal lavoro subordinato.

Anche a livello pratico, quindi, nella quotidianità dell'intervento di lavoratori e lavoratrici sindacalizzati e organizzati, si è assistito ad una variazione delle forme di tutele di intervento e una differenza sostanziale anche tra i due modelli di "sindacalismo".

L'intervento classico, nelle grandi concentrazioni industriali e nei grandi stabilimenti e luoghi di lavoro, aveva due momenti fondamentali di comunicazione e di incontro tra lavoratori e lavoratrici, la mensa e le stanze o sedi sindacali aziendali interne, almeno dopo l'entrata in vigore della Legge 300/1970 (Statuto dei Lavoratori). Erano i luoghi interni dove la prima attività e informazione, passava con il rapporto diretto, dove i delegati interni (ndr ci si perdoni la dizione al maschile), membri delle commissioni interne, dei consigli di fabbrica, dei consigli dei delegati, delle rappresentanze sindacali aziendali, erano facilmente raggiungibili e contattabili. L'intervento spicciolo di natura sindacale era spesso caratterizzato dalla lettura della busta paga (mancato pagamento di indennità, straordinari, voci aggiuntive se non decurtazioni salariali tipo multe e sanzioni non legate al rispetto delle procedure disciplinari vere e proprie, ma frutto di regolamenti interni...), da questioni legate alla prima difesa disciplinare, da problemi di orari, ritmi stressanti, cottimi e rendimenti legati alla produttività, alle prime forme di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (ci si riferisce già al periodo anni 1970 - 1990 del secolo scorso), ai fastidi di capi e capetti che per dare un segnale, praticavano odiose forme di ricatti e di intimidazioni prendendo di mira alcuni settori o alcuni operai, per non parlare delle varie forme di molestie di natura sessuale, all'epoca poco segnalate e denunciate per il timore di perdere il lavoro da parte delle lavoratrici.

Era un intervento a volte artigianale, di istinto e di esperienza pratica, ancora non ci stava una preparazione e una formazione dei - delle rappresentanti sindacali, anche per il livello specie nel settore privato di scolarizzazione e di conoscenza di diritti e garanzie, perchè poi per le questioni complesse, si rimandava la questione all'ufficio "vertenze" dei sindacati e alle sedi delle camere del lavoro, dove vi era già una serie di funzionari sindacali di apparato, di avvocati o di "tecnici", che si prendevano in carico le questioni e le traducevano in controversie legali o sindacali vere e proprie, anche in termini di tesseramento al sindacato (funzione che, per i sindacati concertativi, oggi ha preso il sopravvento per i vari servizi di Caf e patronato rispetto all'organizzazione e tutela della forza lavoro, attività di patronato e di servizi, dicesi "le pratiche", che nulla hanno a che vedere, con l'attività sindacale e di tutela, che è altra cosa). Un sistema che è andato bene per molti anni, fino a che sono esistite le grandi aziende, le sedi centrali, le concentrazioni industriali e dei servizi dell'indotto nella stessa zona, collegato anche al regime di contratti a tempo indeterminato, ai tempi determinati o all'apprendistato, comunque con tipologie ristrette, dal punto di vista contrattuale e di legislazione relativa, che permettevano tale doppio livello di intervento sindacale.

Sistema che è progressivamente andato in crisi, con l'utilizzo massiccio delle espulsioni di massa dai luoghi di lavoro, con la cassaintegrazione, la mobilità, le ristrutturazioni che hanno minato il lavoro solidale e collettivo - di massa, delle lotte di lavoratori e lavoratrici, con il graduale utilizzo di tipologie contrattuali differenziate, nell'accesso al lavoro specie delle generazioni più giovani, nella fase di ricollocazione lavorativa per l'ingresso in altri settori di dipendenti sottoposti a cassaintegrazione o forme di "ammortizzatori sociali", che sono stati anche strumenti usati per l'indebolimento del conflitto sociale e della "lotta di classe", in mille piccoli fronti e nella disgregazione dell'autodifesa collettiva. Tendenza, che ha visto il modello del sindacalismo concertativo e delle "camere del lavoro", sempre più legate al sistema della spartizione partitica negli incarichi, nelle forme burocratiche e da apparato come casta a se, rispetto alla massa degli associati e della forza lavoro, diventare sempre più complice delle scelte padronali e di esigenze, bisogni contrari agli interessi delle classi lavoratrici e dei settori sfruttati. Anche quei grandi sindacati di massa, di origine operaia e contadina, che avevano visto nelle "scuole di formazione" dei propri attivisti, quadri e dirigenti, un originario luogo di formazione da contrapporre in termini tecnici, teorici e pratici, agli stuoli di avvocati, dirigenti, consulenti e tecnici aziendali e delle controparti, una volta abdicato il ruolo e la funzione di organizzazione di lotte di massa e per i diritti estesi a tutti e tutte, per sostituirlo con la funzione di negoziatore e di mediatore del conflitto per la "concertazione" ad ogni costo, hanno progressivamente visto la chiusura delle scuole di formazione, il passaggio e travaso di molti funzionari e dirigenti, alla funzione del sindacato dei servizi, sostitutivo del sindacato delle lotte.  

                  

Paragrafo 3 La seconda evoluzione: i “sindacati dei servizi” e il costante affievolimento di garanzie e tutele con l’introduzione di molte tipologie contrattuali (dal “pacchetto Treu” Decreto Legislativo 196/1997, alla Legge 30 2003).

Gli sportelli legali e gli uffici vertenze, primi accenni di ripresa dei percorsi del sindacalismo rivoluzionario e di classe.

Si è trattata quindi di una deriva e di uno snaturamento di funzioni, compiti, caratteristiche tipiche di organizzazione di lavoratori-lavoratrici, precari, disoccupati-e, definito "sindacato" di tutela collettiva e individuale, di autodifesa e di lotta in fase estensiva di garanzie, diritti, miglioramenti salariali e normativi, con il passaggio al "sindacato-che-ti-fornisce-eroga-servizi" di natura assistenziale e di patronato, che ha tra le sue origini non solo la fine della funzione storica e originaria, ma che va di pari passo con l'introduzione di tante tipologie e regimi contrattuali differenziati e differenti.

L'abbassamento delle lotte sociali, solidali, dei movimenti di massa anche per effetto di repressioni pesanti e di sconfitte nazionali che hanno lasciato il segno nelle classi lavoratrici e nei settori più combattivi, la maggiore difficoltà di poter sostenere il conflitto e la sua durata ed estensione alle varie categorie, appoggiato anche da svendite di importanti lotte nazionali nei settori più sindacalizzati da parte dei sostenitori del sindacalismo concertativo e riformista, ha avuto dal punto di vista tecnico giuridico e di trasformazione legislativa, il proliferare di una miriade di tipologie contrattuali differenziate. Una breccia notevole rispetto al passato, un segnale di rottura della materialità delle condizioni lavorative e della “rigidità” di garanzie, tutele, diritti uguali per tutti e tutte, del suo aspetto di disciplina "contrattuale" tipizzata a poche tipologie (contratto e rapporto di lavoro a tempo indeterminato, a tempo determinato, contratti di apprendistato, di formazione-lavoro, tempi pieni e tempi parziali, contratti di prestazione d’opera…) dal dopoguerra e con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana nel 1948, con l’aggiornamento del codice civile del 1942, della sua codificazione giuridica con importanti leggi sul lavoro e di tutela di chi lavora (tutela licenziamenti individuali, tutela lavoratrici madri, leggi sull’apprendistato, lo statuto dei lavoratori, l’assunzione delle “categorie protette”), quindi con un intervento legislativo statale su una materia, quella del rapporto di lavoro, che era principalmente oggetto di contrattazione-negoziazione tra privati.

Finchè vi era stato un impulso e una spinta dal basso, di lotte operaie, contadine, studentesche a sostegno di diritti e libertà, la legislazione era in fase, di mediazione istituzionale, ma di spinta estensiva di diritti e tutele, collettive e individuali.

Con il progressivo ritiro dell’intervento pubblico e la caduta del conflitto sociale, motore di cambiamento e trasformazione anche legislativa e contrattuale, il carattere estensivo dei diritti per tutti-e si riduce e si affievolisce e aumenta, progressivamente, una proliferazione di casi, tipologie di contratti con diritti ridotti, differenziando lavoratori e lavoratrici tra loro, nell’orario, nel salario, nella durata della tutela.

La caduta del conflitto in termini di impulso e “motore” del cambiamento, porta anche alla “revisione” del modello sindacale non solo nei luoghi di lavoro (spacciando per democrazia l’avvento delle R.S.U. rappresentanze sindacali unitarie di stampo elettivo, ma di fatto con il monopolio ai sindacati concertativi, riducendo la forza delle rappresentanze e la loro funzione in un simulacro di concertazione e ratifica di scelte prese in altri luoghi che sui tavoli di confronto nel “sistema di relazioni sindacali industriali” nato con gli accordi del 1992 -1993), ma soprattutto a livello territoriale. NASCE IL CONCETTO E LA PRATICA, che tanti danni ha prodotto anche in termini diseducativi tra lavoratori e lavoratrici e le loro famiglie, DEL “SINDACATO DEI SERVIZI”, confondendo le funzioni di ente di patronato assistenziale, dell’ufficio che ti segue le pratiche fiscali, previdenziali, con la funzione di organizzazione, lotta e tutela collettiva del sindacato di antica memoria.

IL COSTANTE PROCESSO DI INDIVIDUALIZZAZIONE DEL RAPPORTO DI LAVORO, con un proliferare di leggi che definiscono tante tipologie contrattuali e di modalità di erogazione della prestazione lavorativa, sempre più flessibile, precaria, senza le rigidità positive della legislazione precedente, con condizioni differenziate che dividono lavoratori e lavoratrici anche nello stesso luogo di lavoro, zona, settore, categoria, TRASFORMA ANCHE LA NATURA, IN PEGGIO, DELL’INTERVENTO SINDACALE SUI TERRITORI. Dalla fine degli anni ’90 fino al 2003, sembra che la legislazione sia di tutela…degli interessi padronali, non del soggetto, più debole nel rapporto di lavoro. UNA TENDENZA IRREVERSIBILE?  Esiste solo il modello, dominante e osannato, del sindacalismo concertativo e “collaborazionista”, con la fine (prematuramente dichiarata) del conflitto sociale e della “lotta di classe” , relegata a partiti e formazioni politiche progressivamente marginalizzate dal quadro parlamentare e istituzionale?

NO, assistiamo al fenomeno della nascita del “sindacalismo di base”, dei “sindacati alternativi”. Già alla fine degli anni ’70, parallelamente ai comitati di lotta, alla ripresa dei consigli dei delegati e delegate (anche nel Pubblico Impiego), ai coordinamenti autogestiti, ai vari tentativi di ricostruire il sindacato di classe, autogestito, solidale e libertario, si era prodotta anche all’interno del sindacalismo concertativo e “confederale”, una corrente e gruppi di “sinistra sindacale”, che dove conquistava spazi di agibilità politica, sindacale, di intervento, provava a ridare senso e significato al sindacalismo di lotta e conflittuale. Tendenza interna che, schiacciata dagli apparati e dai condizionamenti partitici, ha avuto sempre alterne vicende, ma che con il passare degli anni e delle trasformazioni peggiorative, non aveva sbocchi e prospettive concrete, se non ideali o ideologiche dei suoi sostenitori strenui, di poter ridare in forma massiccia, la natura originaria del modello del sindacalismo conflittuale, di lotta e di strumento di organizzazione dalla parte delle classi lavoratrici. Al contrario, settori che usciranno da quelle tendenze interne, daranno vita alla lunga stagione del “sindacalismo di base” e anche ai primi tentativi di ripristinare, sui territori, l’intervento locale unito ad un rinnovato protagonismo di settori combattivi del lavoro dipendente e di frange, sempre più estese, di lavoro precario, stagionale, saltuario, discontinuo. Verificheremo che pure tale prospettiva, non darà i frutti sperati  dai suoi promotori, per limiti oggettivi di progetto e strategia di intervento dei “sindacati di base”, per limiti soggettivi di gran parte dei suoi sostenitori, per le mutate condizioni materiali di progressivo immiserimento e frammentazione delle classi lavoratrici, per la carenza di un collegamento tra tutti coloro che, a partire dai settori studenteschi (la “forza lavoro in formazione”), si trovano inseriti e rinchiusi, tra una riforma scolastica e universitaria e l’altra, nella triade di ISTRUZIONE- FORMAZIONE-COLLOCAMENTO. Il “sogno” dei padroni grandi e piccini? Ognuno-a assunto con contratti diversi, orari  e salari (bassi) differenziati,  ritmi frenetici  di produttività, elevata flessibilità…

               

Paragrafo 4 La terza modificazione: effetti di delocalizzazioni, esternalizzazioni, privatizzazioni, la fine dei grandi concentramenti produttivi, industriali e dei servizi, dal collegato lavoro (Decreto Legislativo 183/2010) al meccanismo del “jobs act” (Decreto Legislativo 183/2014).

Spazi sociali occupati e autogestiti e l’intervento sul precariato, la precarietà sociale e del non lavoro. Sviluppo e crisi del sindacalismo “di base”, la ricostruzione difficile dell’autorganizzazione, dai luoghi di lavoro all’intervento territoriale.

La tendenza disgregatrice, dopo aver messo il bavaglio per il settore privato e la produzione industriale, il commercio, rivolge i suoi obiettivi al settore pubblico. Smantellate le partecipazioni statali (dove comunque va detto che esistevano sacche di carrozzoni clientelari, con voti e benefici al sistema partitico, in cambio di posti di lavoro…e lo chiamavano “sviluppo”), il soddisfacimento di interessi finanziari ed economici porta ad anni di delocalizzazioni e privatizzazioni di importanti settori strategici, dove in passato l’intervento pubblico aveva garantito condizioni di relativa “quiete” sociale, dal trasporto alle infrastrutture, si attaccano servizi come la sanità, la scuola, i servizi sociali, la ricerca. Liberalizzare i servizi pubblici, renderli appetibili sul “mercato”, darli in pasto con migliaia di appalti a imprese e cooperative in perenne competizione e a costi sempre più ribassati, dequalificano i servizi e le attività alla cittadinanza, riducono i margini di garanzie e diritti, collettivi e individuali.

Oramai nei posti di lavoro e nelle zone del Paese, si verificano gli effetti negativi e penalizzanti dello smantellamento delle “rigidità” del rapporto di lavoro tutelato e proliferano contratti anomali, atipici, precari e se qualche lotta vincente produce stabilizzazioni e assunzioni senza passare dal meccanismo della raccomandazione e della clientela, viene circoscritta e se ne impedisce la sua estensione come inversione di tendenza, come se fosse  ancora una sacca di resistenza e un retaggio del passato e su questo, la funzione e il ruolo dei sindacati collaborazionisti li fa diventare quanto mai necessari, sia come fattore di controllo sui posti di lavoro, sia tramite il “silenziatore” dell’intervento territoriale (meglio avere il sussidio da disoccupato, la praticuccia per l’invalidità al familiare, il concorso la cui procedura dura 10 anni, che “perdere tempo” a fare la lotta…quella è roba vecchia, roba da Cobas o da Usi…)

Se si riflette che in quegli anni e siamo già arrivati a questo millennio e al 2000, parte una campagna denigratoria a lavoratori/lavoratrici e dipendenti delle pubbliche amministrazioni e delle aziende pubbliche, come immagine dello scansafatiche e nullafacente, ancorato al mito del posto fisso e del salario tutti i mesi, per legittimare ulteriori servizi e attività da fornire in pasto al “mercato” senza regole e alla compressione dei diritti, dei salari (il costo complessivo del lavoro troppo alto…o forse i profitti non sufficienti?), tenendo la forza lavoro in condizioni di ulteriore flessibilità e ricattabilità, si comprendono bene le analisi, i documenti, le attività di informazione sugli ultimi due tasselli legislativi di disgregazione, il c.d. “Collegato lavoro” del 2010 e il “Jobs act”, sui quali abbiamo prodotto materiali informativo e seminari specifici, attraverso gli strumenti antichi ma validi della diffusione del “sapere operaio”, che ha sempre caratterizzato l’intervento complessivo dell’Usi.

Non siamo stati però, isolati e in solitudine, in questa attività di formazione e informazione.

Da anni in spazi sociali, occupati e autogestiti, tra i collettivi universitari e in gruppi – collettivi

di lavoratori e lavoratrici, è nata e si è intrecciata una rete, a volte con qualche…“buco” di troppo, di iniziative, pratica laboratoriale (ndr questa ce la rivendichiamo da operatori e operatrici sociali autorganizzati-e e in lotta, di averla diffusa come termine e pratica, nelle contaminazioni degli ultimi anni con spazi/centri sociali e associazioni diffuse nelle città e nei paesini), seminari, documenti, video, fumetti, che ha fatto vera e propria INFORMAZIONE sugli effetti negativi di questo processo di frammentazione, scomposizione, distruzione del lavoro,

dei diritti e delle tutele. Non ci si è limitati solo a questo, tra uno “sciopero sociale” e una “generalizzazione degli scioperi” e della socializzazione delle lotte.

L’AUTORGANIZZAZIONE SOCIALE, ha prodotto sostegno a collettivi di precarie e precari, ha dato impulso a seminari autogestiti di formazione per capire come comportarsi nei periodi di lavoro, ha prodotto campagne sul reddito e verificato le convergenze per chi, come noi, parte dall’analisi della struttura del salario, delle sue modificazioni e delle nuove frontiere di pratica di autorganizzazione sindacale e sociale.

Qualche sindacato, “di base”, ha fatto sua la parola d’ordine del contrasto alla precarietà, dalla considerazione che con le leggi dal 1997 al 2014, siamo tutti precari e precarie, alla ricerca del “soggetto rivoluzionario” che sostituisca, la “classe operaia” e che ne diventi il motore di riconquista sociale e la guida, altri hanno individuato “il migrante”, precario, stabilizzato in alcuni settori particolari a qualifica operaia (logistica, manutenzione, facchinaggio, indotto di attività commerciali e industriali, servizi), quale soggetto portatore di nuova linfa “rivoluzionaria”. Altri ancora, hanno aperto sportelli legali, di assistenza legale e fiscale, sportelli sociali di informazione e aiuto, spesso con la collaborazione di avvocati-e, di associazioni di giuristi, di gruppi o collettivi politici.

Tutte iniziative lodevoli, alcune anche di respiro solidale e internazionalista, sulle quali in periodi recenti si sono indirizzate strutture sindacali “di base”, tra una scissione e una crisi di strategia di medio lungo periodo, mischiano l’attività politica da gruppo caratterizzato all’attività sindacale della lotta dura e pura. Alcuni hanno elaborato idee e costruito associazioni sindacali che si richiamano al percorso delle camere del lavoro, una via di mezzo tra l’associazione sindacale e di assistenza fiscale a figure professionali non dipendenti, di sostegno a lotte e vertenze di gruppi di lavoratori e lavoratrici.

Altri ancora, hanno preferito la via, difficile pure quella, dell’associazionismo e della solidarietà, partendo dal sostegno e dalle antiche esperienze delle associazioni di mutuo soccorso e di cassa di resistenza per determinate categorie (come agli albori della seconda metà del XIX secolo, prima della nascita dei sindacati e delle stesse camere del lavoro) all’intervento volontario nelle emergenze ambientali e territoriali, alla valutazione dell’intervento rivolta ai “consumatori-consumatrici” prima che alle classi lavoratrici propriamente dette, dando anche in questo caso risposta all’effetto del consumo di beni e alimenti genuini e popolari, rispetto al caro prezzi e all’alimentazione inquinata e mercantile anche a basso costo, che alla ripresa di un intervento tra chi lavora e alle loro famiglie in termini di investimenti, sviluppo e occupazione-diritti sul-del lavoro. Una funzione aggiornata dei luoghi di incontro, aggregazione, contaminazione delle antiche “Case del Popolo”, delle associazioni di mutuo soccorso, delle forme e strutture locali che erano di ausilio e di sostegno alle strutture di posto di lavoro e alle Camere del Lavoro.  

Sono risposte che cercano di dare una continuità di intervento, che in origine erano partite per condizioni specifiche e contingenti o per una solidarietà attiva, ad un aspetto o settore specifico. Valuteremo se tali percorsi, alla lunga, avranno sviluppo, consolidamento, prospettive di tenuta e se il percorso da loro intrapreso, rappresenta, se messo in costante collegamento, coordinamento e intreccio, la modalità complessiva efficace per costruire la società e l’economia del futuro, senza aspettare un rivoluzione mondiale lunga da venire…

Quel che è allo stato attuale, un limite di tutte queste esperienze, è che sono ancora scollegate tra loro, frammentate e legate ad esigenze contingenti e specifiche, a volte troppo simili nelle modalità, all’assistenzialismo e al volontariato cattolico delle parrocchie e  degli oratori, senza rimettere in discussione, la forza delle rispettive diversità e differenze in un intervento articolato, complessivo e maggiormente unificante anche negli stessi territori o zone di azione.  

     

Paragrafo 5 CHI NON HA MEMORIA…NON AVRA’ MAI UN FUTURO. L’esperienza pluridecennale delle “Camere del Lavoro Autorganizzate” e degli “sportelli lavoro” autorganizzati e autogestiti.

Non si intende dare lezioni a nessuno-a, però le nostre esperienze storiche dalle quali è nata nel 1912, l’Unione Sindacale Italiana e il lungo percorso praticato nelle grandi città metropolitane, hanno rappresentato un modello ancora oggi valido ed efficace.

Abbiamo fatto una serie di attività, nel nostro piccolo e in forma autogestita, autorganizzata autofinanziata e indipendente, che corrispondono alle funzioni di una Camera del Lavoro Autorganizzata: iniziative per la memoria storica e una cultura non asservita (proiezioni di film, conferenze, dibattiti, presentazioni di libri, campagne di solidarietà anche su progetti mirati di natura internazionale), momenti di informazione su temi di rilevanza nazionale e internazionale, sostegno e cene sociali per lotte autorganizzate di lavoratori e lavoratrici, seminari di formazione su diversi argomenti relativi al lavoro, ai diritti, alle agibilità sindacali, a vari livelli di approfondimento, elaborazione di documenti e materiali informativi sulle modifiche della legislazione sociale e del lavoro, consulenze e informazioni rigorosamente gratuite, a lavoratori e lavoratrici, sostegno a lotte e controversie individuali e collettive, difese da procedure disciplinari, sostegno e punto di riferimento per collettivi di lavoratrici e lavoratori di diversi settori pubblici e precari, sedi di riferimento per comitati e reti su lotte ambientali, su salute e sicurezza sui luoghi di lavoro e nei territori, assistenza a persone in difficoltà per il diritto all’abitare, ausilio a lotte di utenti e consumatori di servizi pubblici, oltre anche alle attività di assistenza anche per questioni fiscali e di dichiarazioni dei redditi o su situazioni di disagio sociale, indirizzandoli alle strutture pubbliche competenti…

SOPRATTUTTO ABBIAMO DATO SEGUITO  alla PRATICA AUTORGANIZZATA, non delegando se non per alcune funzioni strettamente tecniche, la fase di informazione, consulenza, formazione nelle attività di “sportello- punto info lavoro e diritti”, che non è delegata ad avvocati, ma è svolta da lavoratori e lavoratrici, di settori diversi, in grado per l’esperienza maturata in concreto e gli strumenti di conoscenza acquisiti, di saper intervenire a tutto campo.  

E’ solo una parte delle funzioni, tipiche di quelle che erano le nostre Camere del Lavoro sindacaliste rivoluzionarie del secolo scorso, ci sta ancora molto da elaborare e da praticare specie per le funzioni di contrasto alle forme di reclutamento stile “neo caporalato” oggi dominanti, non si è in condizioni di poter costruire un “collocamento alternativo” o di intervenire in alcuni settori (tipo l’edilizia e le costruzioni) per evitare paghe più basse del minimo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro e del lavoro al nero, ma la validità del percorso e della pratica seguita e ripresa in questi decenni, è attualmente la forma concreta, efficace e di stampo complessivo, intercategoriale e non settoriale o con rischi di corporativismo, che sia messa in funzione. La prospettiva futura?  L’ulteriore sviluppo e diffusione capillare anche come pratica di massa, di questo modello nelle grandi come nelle piccole città,  il loro  il loro carattere autogestito, solidale e indipendente, l’intreccio con le forme antiche ma valide di mutuo appoggio, di mutuo soccorso e di cooperazione solidale non “mercantile”, la creazione dal basso delle condizioni a favore delle classi lavoratrici e dei settori sfruttati, di non delegare ad altri quello che, da protagoniste-i, è da farsi come necessità in prima persona. E’ la lezione appresa da operai, contadini, braccianti di 105 anni fa, è l’eredità che diventa la pratica quotidiana.

Sono le buone prassi e le modalità concrete di approccio alle nuove frontiere della frammentazione lavorativa, contrattuale, della diversificazione di diritti e tutele, per lo sviluppo dell’autodifesa collettiva e delle tutele individuali, la costante opera di informazione e formazione interna ed esterna, che rendono ancora necessario, valido e di utilità sociale, il nostro intervento, anche sui casi tipici con i quali ci si confronta, si trasmette ad altri-e il nostro “sapere operaio”, per una nuova serie di corsi autogestiti di formazione degli “sportellanti” da mettere in cantiere per il prossimo autunno inverno 2017.

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